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I principali Itinerari Turistici del Salento

Località

Le principali località turistiche del Salento e i loro angoli più nascosti, svelati passo dopo passo. Per non perdersi proprio nulla delle bellezze di questa terra.

Dolmen e menhir: il Salento di Pietra

Il fascino e il mistero sono due ingredienti che rendono unico il gusto di una vacanza, e la arricchisconono di emozioni che restano indelebili. Sono sensazioni uniche, intense, assolutamente da provare, quelle generate quando ci si accosta ai megaliti del Salento: dolmen e menhir disseminati nelle campagne salentine, nascosti dagli ulivi secolari, sentinelle di un passato arcaico.
Giurdignano, a pochi chilometri da Otranto, è stata ribattezzata "giardino di pietra" per la straordinaria presenza di monoliti conficcati nel banco roccioso, che spesso sfiorano i 4 metri d'altezza, slanciati verso il cielo come fossero pronti a convogliare le energie dell'Universo per trasmetterle alla terra, per renderla fertile.
A Minervino, invece, è il dolmen "Li Scusi" a catalizzare le energie e
rimandarle a chi gli si avvicina: attraverso un foro sulla tavola orizzontale, sorretta da 8 ortostati, passa la luce, ed illumina la terra sotto di esso, nel punto esatto in  cui, probabilmente, confluiva il sangue di animali sacrificati, alla Dea Madre.
Giuggianello, invece, oltre a dolmen e menhir, custodisce, arroccata come una fortezza sulle Serre Salentine, incredibili sculture del mare e del vento: i "Massi della Vecchia", la moglie di un orco di nome Nanni, che custodiva una chioccia e sei pulcino d'oro, che in tanti cercarono di sottrarle.
In questa terra di giganti e di ninfe, trova posto Ercole, con le sue eroiche imprese, si recupera un rapporto diretto con la natura ed un passato lontano.
Per chi ha voglia di vivere un'esperienza nel "Salento di Pietra", potete
contattatarmi al numero 329/5653626.
Sarò lieta di acconmpagnarvi in questo viaggio.

Una passeggiata nel centro storico di Otranto

Provenendo da Maglie o da Martano le strade statali, dritte e pianeggianti, attraversano campagne di muretti a secco e ulivi secolari accarezzate dai venti provenienti da ogni direzione, poi all'improvviso, Otranto si rivela in tutto il suo splendore, sotto la linea blu dell'orizzonte, quasi senza differenza tra cielo e mare.

Qualche altro istante per parcheggiare l'auto e la Città dei Martiri è a disposizione per una passeggiata di piacere, un itinerario tra meraviglie di storia e architettura, un' ora di shopping, una tappa per degustare le specialità salentine.

ingresso centro storico otrantoE quanto si incontra entrando nel cuore storico, passando per Porta Terra e per la successiva Porta Alfonsina, lungo corso Garibaldi e fino alla piazzetta deglí Orologio, in un percorso suggestivo che riassume tutta l'essenza della città.

I tanti vicoli e stradine laterali rivelano poi scorci più o meno famosi, carichi di fascino e lontani dallo scorrere del tempo: edifici religiosi tra cui la Chiesa di San Pietro, esempio splendido di bizantino costruita tra il V e il XII secolo, abitazioni scrigno di stili da ogni parte del mondo, oggi spesse volte restaurate in case vacanza Otranto, accoglienti e su misura per il turismo di tutto l'anno.

Qualche sosta per assaporare i prodotti del mare e della terra idruntina, in un connubio tra tradizione e presente, regalerà al vostro palato i piaceri di specialità sapientemente cucinate nei tanti locali tipici, ristoranti e pizzerie: quelli che, dai bastioni si affacciano sul porto, e che non mancheranno di regalarvi il piacere di un pranzo accarezzato dalla brezza del mare.

Perchè una vacanza a Otranto offre, oltre al mare incantevole, alle spiagge meravigliose, a eventi e manifestazioni per tutti i gusti, il piacere di scoprire ogni giorno, dietro a qualche angolo, qualcosa di incredibile.

 

Dove dormire ad Otranto

 

 

Otranto: laghetto nella cava di bauxite o paesaggio extraterrestre?

Nel paesaggio Salentino non manca proprio nulla e questo itinerario paesaggistico ne è la prova e ci conferma che la natura, elegantemente, sa riportare a sé ciò che le appartiene.
Ci riferiamo ai laghetti sorti dalla falda freatica, che si sono creati dopo la dismissione delle cave adibite all’estrazione della bauxite (la bauxite è un minerale che si trova nella terra rossa; di forma sferica, una volta estratto e lavato, viene lavorato per ricavarne alluminio).
Questo paesaggio lo si può trovare a sud di Otranto e sulla Serra di Poggiardo (LE), vicino al bosco denominato “I Reali”.
Quando si arriva di fronte al laghetto, davanti ai nostri occhi appare qualcosa di straordinario: avvertiamo la sensazione di essere atterrati su un altro pianeta, proiettati in un nuovo ambiente, fatto di collinette di terra rossa, acque verdi e qualche ranocchia che ha trovato il suo habitat naturale…insomma, un ambiente del tutto differente ed insolito da quello che siamo abituati a vedere, ma altrettanto bello e soprattutto molto affascinante.

Acaya - corteo storico e giostra equestre nel borgo medioevale di Acaya

IL 18 AGOSTO RIVIVI CON NOI  LA SUGGESTIVA SERATA FIABESCA

Incamminandoci nell’entroterra, colmo di folclore, abbiamo l’immenso piacere di soffermarci per rendere omaggio al borgo medioevale di Acaya, (Acaya era l’antico nome di una famiglia nobile di origine greca, alla quale fu affidata la gestione del feudo, nel 1294, da Re Carlo II D’Angiò).
Situata nel comune di Vernole, vicinissima al mare ed a pochi km dal Capoluogo, è l’unica città fortezza rimasta quasi intatta al sud d’Italia ed  in passato fu il primo punto di difesa della città di Lecce.
Acaya, anticamente chiamata Segine, fu fatta fortificare nel 1535 dal Regio Ingegnere militare Gian Giacomo dell’Acaya, su indicazione del re Carlo V, con lo scopo di renderla punto difensivo, utilizzandola a mo’di  “scudo” di fronte alle continue minacce dei Turchi, (quest’ultimi nel Salento si macchiarono di atroci delitti, in particolari si ricordi l’eccidio dei Santi Martiri di Otranto).
Il borgo è composto da lunghe mura perimetrali a forma rettangolare con tre baluardi, sopra le quali un tempo lontano passeggiavano le ronde di guardia; su tre di quattro angoli delle mura si ergono dei robusti bastioni mentre nel restante angolo, quello sud-ovest per la precisione, fu costruito il Castello (1535-1536). La struttura di quest’ultimo è di forma trapezoidale, munita di un ponte di collegamento alla terra ferma, circondata da mura fortificate (delimitate a sud ed a nord da due torri) e composta da un’area dove si trovavano il forno, il mulino e la cappelletta.
Oltre agli ambienti situati al piano terra, attraverso ad una scala, si poteva accedere ai piani superiori dove erano situate le stanze dei nobili.
Il barone Gian Giacomo dell’Acaya fece inoltre edificare, all’interno del borgo, il convento dei Minori Osservanti, dedicato a Sant’Antonio e fece ricostruire la chiesa della Madonna della Neve, sulla base di quella preesistente. Purtroppo queste strutture sono ad oggi diroccare e della chiesa rimangono solo la sacrestia ed il campanile.
Dopo la morte del Barone progettista, iniziò un lungo periodo di decadenza e con l’assedio Turco del 1714, il borgo di Acaya ebbe il suo colpo di grazia.
Ai nostri tempi Acaya è tornata a risplendere grazie alla manifestazione che ogni anno, il 18 agosto, richiama migliaia di persone ad assistere al Corteo Storico e alla Giostra Equestre.
Questo scenario viene reso molto suggestivo grazie all’abilità e all’impegno degli artigiani che riproducono fedelmente i costumi d’epoca.
Ovviamente non manca l’aspetto culinario; infatti, durante la manifestazione, si possono degustare i prodotti tipici locali.
Vi consigliamo quindi di trascorrere una serata di agosto in modo fiabesco, mantenendo viva la tradizione che corre nel sangue di tutti noi!
Stefania Rotondaro

Porto Cesareo e l'Isola dei conigli, arcipelago sulla costa Salentina

Porto Cesareo o Cesarea romana, sorge sul luogo di fronte all’antica Sasina, anche se il territorio presenta testimonianze di insediamenti umani, collocabili intorno ai secolo XVIII e XVII a.C., in località Scala di Furno (1).

Ciò è attestato dai resti di un villaggio, che fungeva, molto probabilmente, da emporium, rinvenuto presso la stessa località, frequentato da marinai di provenienza greca, in cui si sono trovate, oltre ad un’area dedicata alla dea Thana, statuette votive e pezzi di ceramica.

Certamente tutta la costa dell’Astrea, sino a Torre Lapillo, durante il periodo della dominazione romana, ebbe a svolgere un notevole ruolo portuale, ben rapportato alla funzione agropastorale dell’Arneo e alle vicinanze della Via Traiana o Sallentina.

Non è escluso che taluni elementi negativi, quali le ampie zone paludose e le scorrerie di pirati, nel corso dei secoli abbiano ostacolato o, quanto meno, scoraggiato uno sviluppo demografico a carattere permanente.

Non mancò, tuttavia, la presenza dei Brasiliani, poco prima del Mille, che istituirono l’abbazia di S. Maria de Cesarea, rimasta fino al sec. XV.

Agli inizi del 1500, la località dai Del Balzo Orsini, principe di Taranto (3), molto probabilmente pervenne in baronia con privilegio della decima sulla Pescaria agli Acquaviva, duchi di Nardò, mentre il porto e lo stesso emporio divennero un punto di riferimento per il commercio di olio e grano verso Napoli, Venezia e Genova, così come in precedenza lo era stato verso la Sicilia.

A partire dalla metà del XVI sec., con la fortificazione per tutto il territorio di torri costiere, fu possibile mettere in moto quel processo lento e graduale di una frequenza di pescatori provenienti da luoghi limitrofi, soprattutto tarantini (4).

Nel 1570, fu ultimata la torre di Cesarea), di dimensioni più ampie delle altre, in quanto comarca, cioè torre dove risiedeva non il solito caporale, bensì il castellano, quale comandante anche delle guarnigioni di altre torri costiere della fascia ionica.

Dopo circa mezzo secolo la torre fu smembrata del tutto per difetto di fabbrica per essere, nel 1622, ricostruita.

Lentamente, però, come tutto il territorio costiero ionico, anche Cesarea o Torre Cesarea subì un periodo di abbandono, con la consequenziale avanzata di zone paludose e della stessa malaria.

Foto Pescatori Cominciò a ripopolarsi verso la fine del sec. XVIII, quando sorse una tonnara, in attività solo per pochi anni, ma sufficiente per attirare l’attenzione della ricca borghesia, soprattutto di Lecce, che agli inizi del 1800, a seguito dello sfaldamento della feudalità, acquistarono il territorio dalla famiglia baronale Della Ratta, per poi rivenderlo alla ricca famiglia Muci, di Nardò, che ne rimase proprietario fino agli inizi del nuovo secolo.

Accanto ai pescatori tarantini, che, essenzialmente nel primo cinquantennio del sec. XIX cominciarono anche a stazionarvi, vennero ad abitarvi, a fine secolo, quando si istituì un’altra tonnara, anche famiglie dell’entroterra, proveniente da centri limitrofi. Si installarono, così, alcune baracche a ridosso della torre, e, con il passare degli anni, anche costruzioni in muratura.

Il numero dei residenti cominciò ad essere tale, raggiungendo il numero di circa quaranta famiglie, da richiedere non solo una chiesa, costruita nel 1880 col titolo di S. Maria, ma anche la presenza, anche se non permanente di un sacerdote.

Con la bonifica dell’Arneo, durante il periodo fascista, l’incremento demografico si sviluppò in modo rapido e costante. Il centro, ormai denominato Porto Cesareo, divenne meta di manodopera qualificata esterna.

Nel contempo iniziò a manifestarsi il primo turismo balneare, mentre l’abitato, dapprima concentrato nel tratto della costa, che abbraccia la torre, si sviluppò. Particolarmente in direzione della litoranea nord per la lunghezza di circa tre chilometri.

Verso la fine degli anni Cinquanta, l’attività piscatoria si accrebbe ulteriormente raggiungendo il suo forte sviluppo a partire dai primi anni del decennio successivo, e, imponendosi, come centro di balneazione e di attività marinare tra le più rinomate del Salento.

Questo nuovo stato di cose indusse i residenti a chiedere l’autonomia dal comune di Nardò, di cui era frazione, conseguita il 20 maggio 1975.

Attualmente Porto Cesareo è un centro rinomato per la pesca e un punto di balneazione tra i più qualificati d’Italia.

Informazioni fornite da Salvatore Muci (Porto Cesareo)

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Santa Cesarea Terme lembo di terra proteso verso oriente

Santa Cesarea Terme si estende su un verde pendio digradante verso il mare. Giungendovi, si rimane immediatamente rapiti dal mare limpido color smeraldo, dal verde delle maestose pinete, dall'incantevole centro abitato caratterizzato da palazzi moreschi (primo fra tutti il pittoresco Palazzo Sticchi), villini signorili e semplici costruzioni moderne tinteggiate di bianco. La scogliera rocciosa, a picco sul mare, ricca di faraglioni e grotte preistoriche, è impreziosita dalla caletta di Porto Miggiano dove, in un tripudio di luce e colore, il mare trasparente bacia la sabbia dorata.

Questo lembo di terra proteso verso oriente era, in un tempo remoto, lussureggiante di giardini e foreste e, come narra Dionigi di Alicarnasso, abitata da gente felice già diciassette generazioni prima dell'incendio che distrusse Troia. Per le ricchezze che la natura aveva generosamente profuso e la facilità con cui poteva essere raggiunta, questa terra fu, nel tempo, meta ambita da gente proveniente da Creta e dalle Isole Egee, da profughi di Troia data alle fiamme e di terre circostanti invase da orde di barbari. Erodoto narra che ciurme di cretesi di ritorno dalla Sicilia dove erano andati a vendicare la morte del Re Minosse e del figlio Dedalo, furono sbattuti dalla tempesta e naufragarono sulla costa salentina. Qui si stabilirono e, accomunandosi con gli abitanti, fondarono colonie messapiche.

Anche il geografo Strabone descrive come i Pelasgi, emigrati dalla Tessaglia, da Creta e dalle Isole Egee, costituirono la Magna Grecia, in quella parte d'Italia, allora denominata Calabria, che comprendeva il Salentum o Salentia. Altre fonti raccontano di scorribande di ciurme arcadiane e di come Idomeneo, sbarcato nei pressi di Lecce, se ne impadronì e sostituì alla lingua messapica la greca. Coloro che di avvicinavano alla costa salentina non potevano non notare quella zona di mare, giallastra e nauseabonda, nel punto in cui sarebbe sorta Santa Cesarea. E' il mito di Ercole a intervenire a dar ragione di questo fenomeno meraviglioso, pauroso, inspiegabile. La leggenda del semidio è narrata da Omero ed Esiodo, da Aristotele e Strabone, trovò spazio nella Gigantomachia di Claudiano, negli Epigrammata di Pomponio Leto, negli scritti del naturalista Giorgio Agricola, nel De Situ Japigiae del dotto umanista e medico Antonio de Ferrariis, detto il Galateo, da Galatone, suo luogo natìo.
La leggenda pagana

Si narra che Ercole, su consiglio di Pallade, accorse in aiuto di Giove e dei suoi numi, sfidati dai Giganti Lestrigoni o Titani o Leuterni, invincibili perché temprati nel ferro e nel fuoco. Ercole dopo aver compiuto i rituali sacrifici propiziatori sul colle Saturnio a Roma, si recò sui Campi Flegrei, dove avvenne lo scontro titanico e la maggior parte dei Giganti vennero uccisi. Ercole inseguì i fuggitivi superstiti fin lungo la costa della Japigia, impervia e impraticabile perché formata da rocce, caverne, antri e orridi. Qui li raggiunse e li trucidò. Gli immensi corpi dei mostri si dissolsero e la putredine che ne scaturì penetrò nel suolo rendendo sulfuree le acque sotterranee che affioravano nelle sorgenti.

Sulla leggenda pagana, tramontata col tramontare del paganesimo, si è innestata quella cristiana, che ha in comune con quella il ricorso a fattori soprannaturali per spiegare il fenomeno naturale e l'invenzione che lo zolfo disciolto nella sorgente provenga dalla putredine del corpo di un cattivo. Se ne discosta nel sostituire all'empietà dei mitologici Giganti quella di un uomo: il pagano, o il libidinoso padre della religiosa vergine Cesaria, o un pirata saraceno. E più ancora la leggenda cristiana si allontana da quella pagana nell'introduzione del personaggio di Cesaria e della sua miracolosa sorte di essere salvata e santificata dall'intervento divino, in seguito al quale ella prende dimora nella grotta presso la sorgente.
Le origini di Cesaria

Diverse località si contendono l'origine di Cesaria.
L'ipotesi che indica in Francavilla di Brindisi, cioè Francavilla Fontana, il luogo di nascita della vergine, avanzata in uno dei manoscritti che servirono da fonte per le due biografie contenute negli Acta Sanctorum, è contraddetta dal Bollandista del XVII secolo estensore delle due agiografie. Questi ritenne la sopraccitata località troppo distante dal luogo della santificazione di Cisaria ed espresse di conseguenza, il parere che la città natale fosse una Francavilla più vicina, posta tra Scorrano e Maglie.

Più tardi fu inserita tra le pretendenti anche Castro, facendo leva sul casato dei Vinciguerra, che veniva attribuito alla santa da un agiografo di Francavilla Fontana. Questa seconda supposizione, sostenuta dal gallipolino Antonio Micetti, è stata smentita, all'inizio del Novecento, dal francescano salentino fra' Primaldo Coco, che riabilita l'ipotesi della nascita a Francavilla Fontana. Non sono mancate, nel corso degli anni, altre congetture, che spaziano da Nardò a una località presso Porto Miggiano.

L'assenza di ogni prova storica e documentazione biografica impedisce ogni decisione conclusiva e potrebbe suggerire un'altra origine della santa, che sarebbe stata importata dalla Chiesa Orientale in questa zona salentina di rito greco. Quel che vi è di certo e che la contesa sul luogo d'origine dimostra, è che il culto di Cesaria era diffuso nel Salento i numeri posti, come mostrano anche diversi toponimi imparentati con nome della santa (San Cesario presso Lecce e Porto Cesareo sulla costiera di Nardò), e, ad esempio, un'abbazia dedicata a Santa Cesaria, dipendente dal grande cenobio di Casole del XII secolo. Anche le ipotesi relative al tempo in cui la giovane sarebbe vissuta sono altrettanto divergenti tra loro quanto quelle circa il luogo dove sarebbe nata.

L'unico fatto certo è che, se la leggenda di Santa Cesaria, che pure esiste tramandata oralmente da tempi remoti, ha un fondamento storico nella vita di una giovane sottrattasi ad un violentatore nei pressi della grotta sulfurea grazie ad un intervento divino, ciò deve essere necessariamente avvenuto prima che la leggenda si formasse. Di conseguenza, l'unica indagine che, storicamente, ha un senso è quella che tenda a stabilire l'età in cui la leggenda nacque.
Le tre varianti della leggenda cristiana

Esistono di quest'ultima tre varianti. La più divulgata indica nel padre incestuoso il persecutore della giovane. In un'altra il padre, pagano, insegue Cesaria per punirla di essersi innamorata di un giovane cristiano e di essersi convertita ella stessa. Nella terza, la figura del malvagio è identificata in un pirata saraceno.

Nella prima e nell'ultima versione l'avvenimento è ambientato in età notevolmente più recente della seconda. Questa, infatti, rimanda ad un periodo compreso tra il III e il IV secolo, quando si compì il passaggio dal Paganesimo al Cristianesimo. Le altre due rievocano immagini di feudalesimo e scorrerie piratesche turco-saracene, cioè ad una età non antecedente al X secolo.

La leggenda, così come fu raccontata da Oronzo Lala e poi ripresa dal Bollandista nella sua Vita di Santa Cesaria Vergine ricavata dai Bullandisti, narra di Luigi e Lucrezia, ricchi e potenti signori, che non hanno però figli, pur desiderandone. Avendo Lucrezia pregato ardentemente la Vergine Maria, l'eremita Giuseppe Benigno le profetizza la nascita di una figlia, che ella consacra alla Madonna. La bambina, cui viene imposto il nome di Cesaria, viene affidata ad una balia, di nome Caterina Felice, donna molto religiosa, che influisce sull'avvio di Cesaria alla fede e alla pietà. E' così che la giovinetta si consacra segretamente a Dio. Esortata dalla madre che, in punto di morte, la invita a seguire la virtù, ad onorare la Madonna e a digiunare tutti i sabati, la giovane tiene fede al suo voto. Passano così due anni. La tragedia scoppia quando Luigi, sentendo il bisogno sempre più pressante di una nuova compagna, chiede a Cesaria di prendere il posto di Lucrezia, sposandolo in segreto. La giovane finge di piegarsi e chiede di allontanarsi "quanto tempo è necessario perché possa lavarsi i piedi". Poi, per ingannare il genitore, prende due colombe, le lega per le ali e le posa in un catino, in modo che il batter d'ali faccia pensare che si stia lavando, e fugge. Il padre, appreso l'inganno, la cerca e la raggiunge presso la scogliera del promontorio di Castro. Minacciata, Cesaria invoca l'aiuto di Dio, il quale le invia in soccorso l'angelo custode che le indica l'apertura di una rupe e la esorta a salvarsi. Così la giovane prende dimora nella grotta, mentre il padre incestuoso si ritrova avvolto in una densa e nera nuvola, e precipita dall'alta scogliera nel mare e nell'inferno.

Esiste anche una versione popolare della leggenda, fissata, agli inizi del Novecento, da Trifone Nutricati, poeta e pubblicista leccese. Questa versione popolare in dialetto ambientava l'evento nei primi secoli del Cristianesimo. Secondo Nutricati, Cesarea era "una bella fanciulla della quale si innamora il suo stesso padre, il quale la perseguita con la scusa di non volerla dare al Cristianesimo nascente". Ma la giovane è convertita da un soldato romano, suo amante. Un giorno il perfido genitore, "sempre più invasato dall'infame demone della passione dei sensi", insegue la vergine fuggente fino alla grotta dove ella invoca l'aiuto di Dio. E' così che la montagna di apre per accogliere la santa, mentre gli stivali del padre, come la fanciulla aveva desiderato, diventavano di zolfo.

Vale la pena ricordare che, accanto al popolare e al devozionale, esiste un terzo filone nella trasmissione della leggenda, quello letterario. Secondo il filone colto, Cesarea nacque da una nobile e ricca famiglia, là dove sorgeva l'antica Francavilla. La giovane conosce presto il dolore e il lutto: la madre, infatti, muore quando Cesarea ha quindici anni. Nel suo severo e triste palazzo la vergine cresce confortata solo dall'affetto del padre e delle sue ancelle, ricamando e filando all'ombra dei porticati. Un giorno, alla giovane appare un angelo, il quale le predice che un pericolo imminente la minaccia e le consiglia di fuggire. Cesarea, alle parole dell'angelo, rimane perplessa e cerca consiglio e protezione presso il padre. Dal comportamento del malvagio genitore, "ebbro e folle di libidine", elle comprende quale sia il pericolo e, per sfuggirvi, trova una scusa e chiede di fare il bagno. Così prende due colombe, le lega per le ali e le posa sulle acque della vasca. Ingannando le ancelle col batter d'ali, Cesarea fugge attraverso una porta segreta, scalza, e corre, senza saperlo, verso la costa. Quando, inseguita dal padre, si trova semi circondata dal mare, prega il suo buon Dio di salvarla da quel pericolo. Come per incanto, il masso che Cesarea aveva invocato si aprisse e la ingoiasse ("Aprite, pentuma e gnuttite Cisaria!"), si schiude facendola scomparire. Il genitore, perplesso e trasecolato per la misteriosa sparizione della figlia, cerca invano, sulla costa, maledicendo e bestemmiando "Colui che aveva protetto Cesarea". Persa infine ogni speranza di ritrovarla, tormentato dalla passione e fors'anche dal rimorso, si precipita nel mare che, al suo contatto, diviene fetido e impuro. In quel punto sorgono oggi le grotte "Solfurea", detta Grande di Santa Cesarea e la piccola dalle acque ferraginose calde della "Gattulla".
Conclusioni

Come risulta da quanto detto, è la versione popolare ad aggiungere, retaggio della leggenda classica, il collegamento della qualità sulfurea dell'acqua con la punizione divina del persecutore di Cesarea.

Questo particolare induce un capovolgimento del giudizio di valore sulle sorgenti sulfuree. Queste non sono più oggetto di terrore come nel mito dei Giganti, ma un dono di Dio, che ha immedesimato la distruzione di un malvagio con la creazione di un bene per tutti. Se a questo si aggiunge l'insistenza del filone ecclesiastico sulla dimora di Cesaria nella Grotta Grande, sacerdotessa, quasi, delle acque benefiche, si ricava la consapevolezza di un nuovo rapporto, ormai fiducioso, con le acque, rapporto che scaturisce, comunque, da una consolidata esperienza dell'utilità sociale delle acque sulfuree. E se la leggenda di Santa Cesaria si è affermata nel primo Medioevo, si deve ritenere che il terrore superstizioso per il mare di zolfo era stato superaro e nella Grotta Sulfurea di praticava bagnature medicamentose contro alcune malattie. E' proprio da questo cambiamento di rapporto con la sorgente che inizia la storia umana di esse e perciò la storia propriamente detta di Santa Cesarea.

Santa Maria di Leuca, finis terrae incontro tra adriatico e jonio.

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